giovedì 20 febbraio 2014

Un minuto di cinema

I brasiliani non sanno solo giocare a calcio.
Guardate cosa si è inventato Pierpaolo, un artista carioca con la passione per il cinema e l'animazione.
Quanti film avete riconosciuto?



Cinematics from Pier Paolo on Vimeo.

lunedì 17 febbraio 2014

The Wolf Of Wall Street of The Lion

L'ho visto non meno di due settimane fa e me ne sono già dimenticato. Suona come una bocciatura, lo so, e forse lo è, ma è la verità. Ammetto di essere giunto a questa conclusione solo ora, perchè appena uscito dalla sala ero ancora inebriato e stordito dal ritmo incalzante e adrenalinico e probabilmente il mio post avrebbe avuto un altro tenore. Ora posso dirlo con certezza, non mi ha convinto.
E la cosa ancora più grave è che non ho nessuna voglia di rivederlo, il che, nella mia personale concezione del cinema vuol dire inserire The Wolf of Wall Street nella categoria "mmm...un bel film, da vedere, ma...".
I motivi sono diversi e il principale è sicuramente l'alta aspettativa che giustamente va data ad un film della premiata ditta Scorsese - Di Caprio. Ci hanno abituati molto bene, forse troppo, e chiaramente ci si aspetta il capolavoro o quantomeno il film dell'anno nonostante siamo solo a febbraio.
La trama è quella che è, la storia di Jordan Belfort passato alla storia come uno dei più grandi truffatori degli ultimi 50 anni, nonchè broker finanziario, abile venditore di fumo e ammalliatore seriale. Ma di come abbia architettato le sue mirabili fantasiose truffe milionarie non v'è traccia se non come filo conduttore della sua ascesa e declino. Altro punto a sfavore.
Certo, non ci si aspetta un legal thriller, ma almeno qualche succulento e stravagante pacco paccotto e contropaccotto che tanto fa bene al pathos scenografico si.
Purtroppo la dura verità è che The Wolf of Wall Street si limita (seppur benissimo) ad una serie infinita di vizi e stravizi da Olimpiadi del degenero le cui specialità principe sono la droga e il sesso in tutte le sue forme e sfaccettature. Un campionario di sostanze proibite estremamente fantasiose come i farmaci scaduti conservati come un Dom Perignon del '59, e una serie infinita di fantasie sessuali che partono da Sodoma e Gomorra e arrivano agli albori di youporn.
Divertente senza dubbio. E' un pò come vedere contemporaneamente Una notte da leoni I II e III, Paura e delirio a Las Vegas e Animal House, con un pò più di fascino e un pò meno sana gioia.
Tre ore di accettabile e godibile spettacolo con grasse risate e puro piacere per gli occhi di un pubblico adulto, ma a mio modesto avviso, nulla più (per quanto non è poi così poco. In teoria è quello che un buon film dovrebbe dare nella maggior parte dei casi).
La sua ancora di salvataggio dal mare dell'oblio cinematografico è senza alcun dubbio il buon Leonardo Di Caprio, che oltretutto come sappiamo, di ancore e naufragi se ne intende. A dir poco perfetto nell'ennesimo ruolo cucitogli addosso da Mastro Martin, se non prende l'Oscar nemmeno quest'anno farebbe bene a comprarsene uno al mercato nero.
Mi aveva entusiasmato nel Grande Gatsby ma qui si supera con una prova da "grande vecchio" in cui riesce ad esprimere egregiamente tutte le sfumature dell'essere umano prima innalzato a Dio dal potere e dagli eccessi e poi corroso nell'animo dall'avidità e dal sospetto. Strepitoso.
Fuori dal cinema ho visto gente improvvisare un banchetto per la raccolta firme per modificare il titolo del film in The Lion of Wall Street!


venerdì 24 gennaio 2014

La metafora del piumone

Capita di andare per tanto tempo nello stesso ristorante, quasi tutti i giorni, trovare un ambiente familiare, fare amicizia con i proprietari e con i camerieri e di conseguenza ricevere un trattamento “di favore”. Magari ti offrono l’amaro, ti servono prima, ti salutano caldamente appena entri e soprattutto, nell'attesa che arrivino le ordinazioni, ti portino una pizza appena sfornata per ingannare la fame!
Bene, quella pizza te la sei guadagnata. È il premio fedeltà che ormai ti spetta di diritto. È un traguardo raggiunto con costanza e sacrificio e ormai la pretendi. L’aspetti e magari hai anche la faccia tosta di chiederla se non ti arriva subito. Non ci sono santi, tu quella pizza la vuoi, la brami, la senti tua!
Capita poi un bel giorno che quella pizza non arriva più e sei a tavola con i tuoi amici e ti chiedi perché. 
Sarà che in quel ristorante non ci vai poi più tanto spesso e… ti chiedi perché.
Sarà che non puoi più permetterlo in quanto non hai più i ticket restaurant e… ti chiedi perché. 
Sarà che l’azienda non te li dà più e… ti chiedi perché.  
Sarà per colpa della crisi e… continui a chiederti perché!
È come quando stendi ad asciugare un grosso piumone. Ci metti tante mollette per mantenerlo (diciamo 10 per comodità?), perché ci tieni a quel piumone e non vuoi che caschi di sotto. Ma a volte capita (e non ditemi che a voi non vi è mai capitato) che la prima molletta si stacchi per il troppo peso o perché è messa male. E cosa succede? Se non la rimettete in tempo è molto probabile che si stacchi anche la seconda, la terza e, sempre più velocemente anche la quarta la quinta e tutte le altre. A quel punto il piumone è, se vi va bene, sul balcone dell’appartamento di sotto, ma nella maggior parte dei casi lo vedete come una macchia informe spiaccicato sull’asfalto o sul marciapiede sotto casa.
È inutile spiegarvi quindi che, se si stacca la molletta n.10 la colpa non è del peso del piumone, ma bensì della molletta n.9 e così via. Quindi non ci meravigliamo se a volte le cose cambiano e non saltiamo subito a facili e precipitose conclusioni. C’è sempre una sequenza di mollette che hanno scatenato gli eventi e che magari possono essere rimesse la loro posto, con poca o tanta fatica poi dipende.
Ora, capisco che una pizza non è un piumone e che forse la sto facendo troppo lunga, ma io quella pizza la volevo, mi piaceva, mi faceva sentire bene, coccolato e soprattutto pensavo di meritarmela, e pensavo anche di aver utilizzato tutta la cura possibile nel mettere le mollette sul piumone, ma forse mi sono sbagliato. La prossima volta ci starò più attento.

Ps. Per onestà intellettuale devo rivelare che il padre della "metafora del piumone" non sono io ma me ne sono appropriato e la userò a mio piacimento per farmi figo. Non rivelerò l'autore tanto, visto il soggetto, nessuno ci crederebbe.

domenica 2 giugno 2013

Sorrentino e la sua Grande Bellezza

Sarà la vicinanza dell'uscita, sarà l'abbondare di feste e festini con tanto di nani e circensi ma, almeno a primo impatto La Grande Bellezza può essere considerato Il Grande Gatsby de noartri!
Per fortuna (o purtroppo) poi l'illusione svanisce e fa capolino l'estrema personalità di questo film tutt'altro che banale.
La Grande Bellezza e' destinato a dividere. A dividere la critica, il pubblico, la sala e le opinioni. Non è propriamente da "o lo ami o lo odi" ma ci si avvicina molto.
Sorrentino come al solito lascia aperti numerosi spunti un po' come una donna in sottoveste di seta, demandando alle nostre interpretazioni quello che lui vuole trasmettere.
Ora, detto così, sembra un polpettone impegnato che potrebbe cibare per anni gli intellettualoidi dei salotti televisivi, e in realtà forse la pretesa potrebbe anche averla, ma non è (solo) questo.
Ecco, la pretesa! (Solo) questo rimprovero al regista. Come aveva già fatto per il dozzinale This Must be the Place, anche qui Sorrentino cade nel pretenzioso. Diciamo che si lascia un po' prendere la mano, apre troppe parentesi, vomita chili di concetti e li lascia li impossibili da comprendere se non si è nella sua testa, carica personaggi di responsabilità scenica inutile e forse non ascolta chi gli dice "a Paolo, e mo' basta però!".
Un'altra delle caratteristiche inconfondibili di Sorrentino è l'uso del surreale e anche ne La Grande Bellezza ne fa largo uso, in maniera più che sapiente, e tuttavia a volte si resta con il dubbio che poi tanto su-reale non sia! Nane editrici, centenarie incantatrici di uccelli, latitanti voyeur, funeral party, spogliarelliste cinquantenni e Serena Grandi, sono solo alcuni esempi!
Nonostante questo tuttavia io sto dalla parte di chi lo ama. La Grande Bellezza e' sicuramente un gran bel film, con i difetti di cui sopra, ma resta un gran bel film!
Al centro di tutto c'è un 65enne napoletano, di quei napoletani "inglesi" che le vecchie generazioni chiamano gagà, che potrebbe quasi sembrare omosessuale, ma in verità risulta un gran seduttore, affabile all'inverosimile.
Gep e' il suo nome di battaglia e la vita mondana e' il suo territorio di guerra dove lui si comporta da generale sempre in prima linea. Onnipresente alle feste che contano, conosce tutti e superbamente affronta tutti, senza peli sulla lingua quando serve ( a volte si rivede l'Andreotti del Divo), sempre con il sorriso sornione di chi la sa lunga e anche di più. Indiscutibilmente libero sia fisicamente che intellettualmente, accompagna lo spettatore in un safari immaginario in cui le fiere sono i degni rappresentanti di un' Italia bigotta e depressa\repressa votata al presenzialismo e all'apparenza. La fauna è varia come in un romanzo di Ammanniti e coltiva il proprio orticello con il solo unico scopo di mostrarlo agli altri a dimostrazione di valere qualcosa.
A un certo punto però anche lo zoo chiude e anche la guida Gep si riposa. E riflette. E affronta a suo modo l'angoscia e la vacuità della vita, in un'inquietudine latente che si fa sempre più spazio. Il contrappasso con il carnevalesco e grottesco via vai di personaggi è forte ed è la vera anima del film, insieme ad un enorme Toni Servillo.
Ad ospitare il carrozzone una splendida, rassicurante, imperterrita, stufa, accomodante mamma Roma, che tante ne ha viste nei secoli e tante ancora ne vedrà. 

mercoledì 22 maggio 2013

Il Grande Gatsby è tornato

Grande Gatsby, grande film!
Ho letto il libro un po' di anni fa ma ammetto di non ricordarlo perfettamente. È stato da molti definito come uno dei migliori romanzi della letteratura americana del secolo scorso, ma il mio modesto parere è un po’ discordante. Mi è sempre sembrato un giudizio eccessivo.
Il film, invece, è un’altra roba. Non è sicuramente uno dei migliori film della cinematografia americana di questo secolo ( e non credo nemmeno che aspiri a tanto), ma è dannatamente bello!
Non aspettatevi una fedele riproduzione del romanzo, non cercate di rivivere le emozioni che le sue pagine vi hanno regalato, ma, invece,  abbandonate la vecchia idea del Gatsby di Fitzgerald e lasciatevi abbindolare dal sorriso sornione di Leonardo Di Caprio. Vi piacerà, fidatevi!
La storia la conoscono un po’ tutti. Siamo nell’America degli  anni venti e il protagonista è Jay Gatsby, un graffiante gentiluomo fascinoso, plateale e misterioso allo stesso tempo, che organizza feste strepitose con uno scopo apparente e un altro segreto.
Ricco, anzi ricchissimo, di soldi di dubbia provenienza. Dubbia come la sua storia e le sue origini, che verranno fuori a poco a poco in un perfetto mix di suspense e genuina curiosità.
Attorniato da una miriade di collaboratori, idolatrato dalla folla, mitizzato dai più, in realtà vive all’ombra del suo sogno e in una solitudine talmente intima e profonda che sembra quasi abbia voglia di abbracciarsi da solo.
La chiave di lettura è tutta qui ed è tutta sulle spalle di un immenso Leonardo Di Caprio! Il 90% della riuscita del film è suo. Lui è Il Grande Gatsby! Nel senso che ci si è reincarnato. E' perfetto. Ci sguazza nei suoi panni, nei suoi gessati rosa e nei suoi maglioncini da barca a vela. E' perfettamente a suo agio come padrone di casa e cerimoniere di party a bordo piscina dove da un momento all'altro ti aspetteresti di vedere Puff Daddy e non ne saresti sorpreso nonostante il film sia ambientato nel 1922. (questa è un'altra delle ragioni per la quale mi ha stupefatto il regista, Baz Luhrmann).
In un intreccio e in un mood completamente impregnato di sguardi, sorrisi, ammiccamenti e bon ton old style, il nostro Leo sembra posseduto dallo spirito di Marlon Brando e di Paul Newman contemporaneamente. Non che ci sia ancora bisogno di conferme, ma questa non la considererei nemmeno una grande prova artistica. Lui non recitava, lui era lui. E come effettivamente il copione vuole, tutto il resto gli girava attorno, vorticosamente come le pazze corse in macchina in stile fumettone Marvel o lentamente come l'agonia di una flebile luce verde al di la della baia (questa la capirete solo dopo aver visto il film).
Quindi, come direbbe il protagonista, "Vecchio mio, non esitare, vai al cinema e andrà tutto bene!"

sabato 27 aprile 2013

Predaia Santa Sofia

E cosa c'entra ora un vino in questo blog? Apparentemente nulla, o almeno per il momento, ma ho deciso di aprire le porte anche ad un'altra delle mie passioni. Molti espertoni, sommelier e degustatori probabilmente storceranno il naso nel leggere i miei post, e da una parte me ne farò una ragione, ma dall'altra voglio mettere subito le cose in chiaro: a scanso di equivoci, in questo blog non ci sarà posto per retrogusto di bacche di ginepro o odore di piscio di gatto.
Voglio solamente dare dei suggerimenti e delle opinioni personali sui vini che ho assaggiato nella mia ormai ventennale esperienza di pranzi, cene, degustazioni, grigliate, feste di paese, sagre di questo e quell'altro vino, aperitivi a scrocco, visite in cantina, razzie in cantine altrui, dieci anni di Vinitaly, e una famiglia in cui il vino ha sempre avuto un ruolo determinante nell'educazione alla vita.
Non c'è un vero motivo del perchè abbia scelto il Predaia delle cantine Santa Sofia, ma mi piace pensare che abbia avuto il merito di darmi la spinta a cominciare a scrivere di vini in questo blog.
L'ho assaggiato al Vinitaly di quest'anno grazie alla gentilezza e alla cordialità dei proprietari della già citata cantina Santa Sofia, produttori storici della Valpolicella. Senza nulla togliere al loro Amarone e al Ripasso, sui quali si va sul sicuro, il Predaia ha avuto la capacità di sorprendere me e il mio palato (fine) nonostante fossimo già provati da un'intensa mattinata di assaggi.
Stiamo parlando di un Cabernet Sauvignon con un 15% di Corvina e Rondinella, quindi un IGT nel quale l'enologo si è divertito a fare un pò come gli pare (come sempre o quasi accade con gli IGT) e secondo me ha centrato l'obiettivo. Un vino gradevole e sicuro allo stesso tempo, quasi presuntuoso ma un pò pigro, nel senso che sa di esser buono e te lo fa intendere subito facendoti però anche capire che può fare di meglio se gli dai una seria possibilità. E come se ti dicesse - sparati una bottiglia su una fiorentina snobbando per una volta il tuo supertuscan preferito e poi ne riparliamo!
Un'altra sua grande caratteristica è il prezzo. A detta della produttrice si dovrebbe trovare in enoteca a 13€. Per Clapsbook un ottimo rapporto qualità prezzo.
Straconsigliato anche per fare bella figura con gli amici o con una ragazza soprattutto se accompagnato con la sua frase di accompagnamento. (faccio una digressione: un segreto per fare colpo e far credere a tutti di conoscere il vino è associargli una frase ad effetto o un aneddoto, e ogni vino dovrebbe averne una!).
FRASE DI ACCOMPAGNAMENTO: L'Amarone è uno dei vini preferiti di Obama e le Cantine Santa Sofia gli hanno fatto recapitare una bottiglia speciale del loro Amarone proprio il giorno del suo insediamento alla Casa Bianca!

venerdì 9 novembre 2012

Il libro di Agassi è strepitoso!

More about OpenParto da una posizione di vantaggio. Sono sempre stato un suo fan. Quando da ragazzino mi preparavo per andare a giocare a tennis lui mi guardava sorridente, appoggiato alla sua Cadillac bianca, con la sua zazzera posticcia mechata e mi dava serenità e carica come te la può dare un mito di cui hai un poster in camera!
Esatto, lui è, insieme a Maradona, l'unico grande mito sportivo che abbia amato e ammirato. A 12 anni tutti i miei amici avevano un modello tennistico da seguire (con scarsi risultati). C'era Becker, c'era Edberg, c'erano Lendl, Chang, McEnroe, stavano arrivando Sampras e Courier, ma io, insieme ad altre migliaia di ragazzini sono stato folgorato da sto tipo strano che si muoveva come un flipper e colpiva la palla come non lo faceva nessuno. Mi ero fatto anche tagliare da mia madre un paio di jeans e li usavo come pantaloncini da tennis!
Ero affascinato dal suo spirito ribelle, dal suo uscire fuori dalle regole stando ben dentro il campo, dalla sua positività, dalla sua immagine, dal suo essere un punto di rottura. Più avanti, per fortuna, ho cominciato anche ad apprezzare il suo talento cristallino e le sue eccezionali qualità sportive.
E poi è arrivato Open - La mia storia!
Ti aspetti di trovarci conferme su vita sregolata, decisioni ribelli, carattere estroverso da rockstar, ore e ore dal parrucchiere a scegliere la tonalità giusta che piace alle fans, e invece...scopri la verità, l'io interiore di un adolescente frustrato che odia il tennis con tutte le sue forze e che non ha una identità nonostante il motto che lo ha perseguitato fosse "l'immagine è tutto"!
La lettura appassionante racconta l'iceberg della vita di Agassi, quella che c'è sotto la punta, in una sconvolgente serie di aneddoti e rivelazioni che "umanizzano" lo sportivo e ti spiattellano in faccia la dura realtà.
Ma è una realtà che piace, che rende merito alle sofferenze di uno dei simboli del tennis moderno, uno di quelli che ha dato e ricevuto tanto da questo sport, che ha avuto il merito di cambiarlo per certi versi e sempre in positivo, che sdogana il punk, che spiega a tutti che non andrebbe ricordato come l'eterno ragazzino ma bensì come il più "anziano" numero uno (detiene ancora il record!). Nonostante i passaggi su droga e bugie esce fuori un Agassi se vogliamo ancora migliore di quello sempre visto così lontano e solo sul campo. Leggere questo libro è un pò come scoprire che la ragazza che ti piace oltre ad essere indubbiamente una gran figa, conosce il fuorigioco odia Ramazzotti e sa cos'è un supertuscan!
Essendo una biografia, Open racconta l'origine, l'ascesa, il declino e le tante rinascite di Andre, ma dal suo punto di vista e scusate se insisto, dal punto di vista dell'uomo, con tutte le sue fragilità le sue insicurezze le sue paure le sue paranoie e i suoi fantasmi. Rievoca i suoi periodi più belli, i suoi match più significativi nel bene e nel male, le vicende familiari, i suoi viaggi intorno al mondo, i suoi sogni. Tutto sempre in parallelo con la sua vita privata nella quale si accompagnava ad amici fidati, santoni, bellezze del cinema, preti scomunicati e figure paterne.
Ma Open è anche una storia d'amore, bella, fiabesca, in cui il principe azzurro pelato riesce a conquistare l'amazzone teutonica che ha sempre amato sin da bambino, con la quale completa il quadro della sua vita e trova finalmente il vero significato della sua esistenza.
Insomma, è un libro davvero sconvolgente e apprezzabile che inserisco tra le migliori letture della mia vita e non esagero. E ai non sportivi dico che il tennis è solo un contorno, un filo conduttore. Qui si parla di filosofia, di psicologia, di sentimenti puri come un talento, di rapporti umani e soprattutto di verità, di "mettersi in gioco", di ribellarsi alle catene che ci legano. Ecco, questo è Open, è la storia di un uomo che è riuscito con molta difficoltà a liberarsi dalle proprie catene e da quelle che la società gli ha imposto, facendo un lavoro su se stesso ben più duro degli allenamenti con il drago o con nick the dick!
RIVELAZIONE

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